Messico: i 43 si cercano nelle caserme

 

 Geraldina Colotti, 7.1.2015 ”Il Manifesto”

Massacro di Iguala. Le organizzazioni sociali contro la visita del presidente Peña Nieto negli Stati uniti

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Messico, manifestazione per gli studenti scomparsi

 © Reuters

 

Oltre 20 città degli Stati uniti hanno ade­rito alla “gior­nata di pro­te­sta con­tro la visita di Peña Nieto negli Stati uniti”, orga­niz­zando mani­fe­sta­zioni e sit-in nei pressi di amba­sciate e con­so­lati. Nume­rose orga­niz­za­zioni sociali hanno ampli­fi­cato in rete la pro­te­sta, in soli­da­rietà ai 43 stu­denti nor­ma­li­stas, scom­parsi in Mes­sico tra il 26 e il 27 set­tem­bre. Tra que­ste, Sos Warch, Mes­si­cani senza fron­tiere e Ustired2, che sta per “anche gli Stati uniti sono stan­chi”. Una frase che rim­balza nelle piazze e sul web da quando il Pro­cu­ra­tore gene­rale mes­si­cano l’ha pro­nun­ciata in rispo­sta ai gior­na­li­sti che lo incal­za­vano durante una con­fe­renza stampa («adesso mi avete scan­cato»). A New York, la poli­zia ha dura­mente represso le pro­te­ste, impe­dendo ai mani­fe­stanti di con­se­gnare alle auto­rità Usa docu­menti e infor­ma­tive sul mas­sa­cro di Iguala (6 ragazzi uccisi dall’attacco con­giunto di poli­zia e nar­co­traf­fi­canti, oltre una ven­tina di feriti e 43 stu­denti scomparsi).

In occa­sione della visita del pre­si­dente Peña Nieto — oggetto delle pro­te­ste dei nor­ma­li­stas per i suoi pro­grammi neo­li­be­ri­sti che hanno for­te­mente messo in causa i diritti dei più deboli — gli atti­vi­sti mes­si­cani resi­denti negli Stati uniti hanno già inviato al Con­gresso due peti­zioni in cui chie­dono a Obama di affron­tare la que­stione dei diritti umani nei col­lo­qui ini­ziati lunedì scorso: «Con­si­de­riamo molto pre­oc­cu­pante che si con­ti­nui a soste­nere con i soldi delle nostre tasse un governo che viola i diritti umani e che non rende conto alla popo­la­zione», scri­vono. E si appel­lano all’emendamento Leahy, che proi­bi­sce l’invio di fondi a forze stra­niere che cal­pe­stano i diritti umani.

Anche l’organizzazione Human Rights Watch ha appog­giato le let­tere di pro­te­sta e si è rivolta alle sena­trici demo­cra­ti­che della Cali­for­nia, Bar­bara Boxer e Dianne Fein­stein, per chie­dere la sospen­sione degli aiuti mili­tari al Mes­sico da parte degli Stati uniti. L’Ong ha chie­sto urgen­te­mente un incon­tro e anche un’udienza pub­blica al Senato e ha snoc­cio­lato le cifre del pre­oc­cu­pante aumento della vio­lenza e dell’impunità: «Nei due anni di ammi­ni­stra­zione di Enri­que Peña Nieto, secondo i dati uffi­ciali, oltre 40.000 mes­si­cani sono stati assas­si­nati e circa 10.000 risul­tano scom­parsi, inclusi i 43 gio­vani stu­denti nor­ma­li­stas di Ayo­tzi­napa». Si valuta che nell’ultimo decen­nio siano state assas­si­nate e fatte scom­pa­rire in Mes­sico circa 80.000 per­sone. Gran parte delle vit­time sono donne, pre­va­len­te­mente gio­vani o migranti cen­troa­me­ri­cani in tran­sito dal Mes­sico agli Usa con la spe­ranza di pas­sare la fron­tiera, indi­geni, lavo­ra­tori e anche stu­denti e gior­na­li­sti (il Mes­sico è il paese più peri­co­loso per i cro­ni­sti). Tra le donne uccise, si con­tano molte vit­time di aggres­sioni ses­suali. Poi ci sono i nar­co­traf­fi­canti, gio­vani senza futuro che fini­scono al soldo delle bande, poten­te­mente inner­vate al sistema poli­tico messicano.

All’interno di que­sta cri­mi­na­lità quo­ti­diana in cui com­pare la com­pli­cità o l’assenza dello stato, restano nella memo­ria dei mes­si­cani le date dei mas­sa­cri com­piuti da poli­zia e mili­tari ogni volta che alcune grandi mani­fe­sta­zioni popo­lari hanno espresso la domanda di un cam­bia­mento strut­tu­rale: Tla­te­lolco (1968), Aguas Blan­cas (1995), Acteal (1997) e Atenco (2006). E nel 2014, Iguala.
Eventi «tra­gici», li ha defi­niti Barack Obama, pro­met­tendo di aiu­tare il Mes­sico a «debel­lare il fla­gello della vio­lenza» e apprez­zando i «piani di riforma» pro­po­sti dal suo omo­logo mes­si­cano. Piani già boc­ciati dalle piazze, che hanno sem­pre al cen­tro la stessa dina­mica repres­siva e la stessa logica con­tro cui in que­sti giorni sono scesi in piazza gli infer­mieri. «Vivi li hanno presi e vivi li vogliamo!», gri­da­vano i mani­fe­stanti tenuti lon­tani dalla Casa Bianca.

Le orga­niz­za­zioni per i diritti umani, in Mes­sico, chie­dono che si inda­ghi sull’esercito e che si cer­chino gli stu­denti nelle caserme. In una fossa comune di Cocula sono stati iden­ti­fi­cati i resti di uno dei 43 stu­denti, ma i fami­gliari avan­zano dubbi che siano stati effet­ti­va­mente recu­pe­rati in quel luogo. Secondo la magi­stra­tura, lì sareb­bero stati bru­ciati dai nar­co­traf­fi­canti. Intanto, la poli­zia comu­ni­ta­ria con­ti­nua a sca­vare e ad accom­pa­gnare le fami­glie a ispe­zio­nare le caserme dei din­torni. E per sabato, fami­gliari e col­let­tivi hanno indetto una nuova gior­nata di mobi­li­ta­zione, sia in Mes­sico che a livello internazionale.